giovedì, 12 giugno 2008

Per carità, succede ben di peggio. Ma la notizia è importante perché denuncia un atteggiamento diventato purtroppo molto comune, a tutti i livelli e senza distinzione di cultura, censo, razza od altro.

Ciascuno di noi si sente l’ombelico del mondo. Siamo tutti convinti che il mondo debba girare intorno ai nostri problemi, ai nostri gusti, ai nostri interessi ed alle nostre esigenze. Di fronte alla contrarietà, i diritti altrui contano meno del due di fiori (Si capisce che ho letto Hearts in Atlantis, vero?)

Lo constato quotidianamente. Dal risentimento perché la TV manda in onda 2 partite di calcio al giorno, a quello causato dal fatto che, in televisione, ci sia troppo/troppo poco sport, troppo/troppo poca musica, troppo/troppo poco cinema. Gli orari dei negozi che imperdonabilmente non sono ritagliati sulla base dei nostri impegni casa-lavoro-tempo libero. Gli orari scolastici dei figli, o di apertura dello studio medico, o di accesso all’ufficio postale, che si permettono di interferire con la mia ora in palestra, il parrucchiere o il bisogno impellente di andarmi a comprare un golfino nuovo. Il regolamento scolastico, quello sportivo o quello del condominio, che osano dirmi come dovrei comportarmi in spazi e situazioni condivise. E via in crescendo, fino a mettere in discussione quasi si trattasse di reati capitali qualsivoglia tipo di regola. Per non parlare della puntualità: concetto passato di moda. Io arrivo quando mi fa comodo, e chi mi sta aspettando (gli amici, i colleghi, l’aereo, il treno, il commercialista eccetera) è ovvio che si debba adattare alle mie esigenze, chi mai oserà sostenere il contrario?

Non è un atteggiamento unicamente giovanile, quello dell’insofferenza e della trasgressione. I nostri giovani lo avranno pur imparato da qualcuno a passare col rosso, sgambettare l’avversario quando l’arbitro non vede e rivendicare privilegi che dovrebbero essere concessi in nome di non si sa bene che cosa. La massaia che fa sgocciolare i panni sul balcone altrui forse non riflette a sufficienza sul fatto che i suoi figli, di fatto, imparano da questo fatto apparentemente banale due lezioni preoccupanti: che il mondo è dei furbi e che i propri diritti sono inalienabili ed assolutamente prioritari rispetto a quelli altrui ed alla regole più elementari della convivenza civile.

Quello che allarma, nell’episodio di Verona, è che il gentiluomo in questione non si sia posto nemmeno per un momento un quesito fondamentale: la sua furbata, motivata dal desiderio di non perdere l’aereo, a quante persone avrebbe arrecato danno? Per non parlare dello spreco di risorse economiche ed umane, soprattutto queste ultime che si sarebbero trovate pericolosamente carenti in caso di un reale pericolo in concomitanza. Ipotesi altamente improbabile, d’accordo, ma non del tutto impossibile.

È possibile che in persone che, normalmente, sembrano dotate di educazione, buon senso, civiltà, ad un certo punto scatti un meccanismo mentale scellerato per cui i propri diritti, bisogni, desideri, debbano essere soddisfatti anche a scapito dei diritti, bisogni, desideri altrui? Far partire in ritardo quel volo poteva comportare, a parte lo spreco di cui sopra, conseguenze anche serie per qualche altro passeggero, quantomeno una scomodità e un contrattempo. Il gentiluomo in questione, naturalmente, il problema non se lo è nemmeno posto.

Quello che conta sono io, qui ed ora. Ed il resto del mondo o si adatta oppure può anche andare a farsi friggere.

È una mentalità che a me, personalmente, fa paura. Perché non è affatto un caso raro ed isolato, quello di Verona. D’accordo, nella stragrande maggioranza dei casi non si arriva a tanto, ma nel piccolo, nel quotidiano, nell’esperienza giornaliera di ciascuno di noi penso che tutti abbiamo ben presente eventi del genere, situazioni nelle quali ci troviamo a subire le conseguenze della prepotenza e dell’egoismo altrui. E qualche volta, diciamocelo apertamente, probabilmente siamo anche stati protagonisti di qualche situazione in cui il nostro personale tornaconto ha prevalso sui diritti degli altri, o ha cercato comunque di prevalere. Sfido chiunque a proclamarsi innocente.

E ripeto, non mi piace questo mondo che sa solo parlare di diritti dimenticando troppo spesso i doveri. Non mi piace questo inculcare nella mente dei propri figli, fin da piccoli, che i loro comportamenti saranno comunque sempre difesi ad oltranza, anche quando platealmente sbagliati. Non mi piace una mentalità educativa che non sa più dire “no”, e che considera ogni “no” come un danno irreversibile alla psiche infantile o come una proterva ed arrogante ingiustizia. Non mi piace questo atteggiamento falsamente buonista che protegge, tutela, difende il furbo, il disonesto, il pelandrone a danno di chi si comporta ed agisce con correttezza, lealtà ed onestà.

Mi piacerebbe poter chiedere al genitore del giornalista tedesco, come a quello di un qualsiasi bulletto arrogante che maltratta un compagno di scuola, se non lo ha mai sfiorato lontanamente il dubbio che se, quando il figlioletto aveva un paio d’anni, gli avesse insegnato il significato della parola “no”, forse sarebbe stato meglio per tutti, incluso il benessere psichico del figlioletto in questione. Perché, a ben guardare, a me sembra  che questi protagonisti in negativo delle tante situazioni con le quali quotidianamente entriamo in contatto, se li si osserva bene, non vivano poi in modo particolarmente sereno, soddisfatto ed appagato il loro meschino egoismo. Se mettere se stessi al primo posto sempre e comunque provoca disagio, insoddisfazione perenne, malinconoia di Masiniana memoria, nevrosi, depressione e via dicendo, forse sarebbe il caso di cominciare a rivedere seriamente la propria personale scala di valori.

 

 

http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_12/verona_falso_allarme_bomba_giornalista_tedesco_5f7efdac-3879-11dd-abfa-00144f02aabc.shtml
postato da: sissi2002 alle ore 21:09 | Permalink | commenti
categoria:attualitĂ 
venerdì, 06 giugno 2008
La scuola chiude i battenti, praticamente per tre mesi, e qualsiasi studente di scuola secondaria lo può confermare. Insegno da 31 anni (di cui gli ultimi 25 in scuola pubblica) e fino a ieri mi sono sempre sentita francamente un po’ scocciata dal sentirmi ripetere “voi insegnanti, di che vi lamentate? Lavorate 18 ore alla settimana e vi fate tre mesi di ferie, bella pacchia!”.
Ho provato per un po’ di tempo a ribattere che le 18 ore settimanali di cattedra erano corredate da un numero quanto meno equivalente di altre ore sommerse, ripartito fra riunioni, commissioni, ma soprattutto correzione di compiti a casa e di verifiche in classe, nonché preparazione delle lezioni. Sguardi risentiti e delusi, esprimenti chiaramente un “ma chi vuoi prendere in giro?” hanno sempre accompagnato le mie rimostranze. E da quando ho scoperto che c’è un abisso fra la mia amica Luciana che impiega due pomeriggi a correggere un tema, e la collega X che corregge quindici temi in due ore, comincio a solidarizzare con gli scettici.
Dove mi sono sempre sentita un po’ sprovvista di argomenti, invece, era proprio sulla questione delle vacanze estive. Vabbè, ci sono quelli che si fanno gli esami di maturità (pardon, adesso si deve dire Esami di Stato… chissà, forse prima erano privati e non ce ne siamo mai accorti). Ma in ogni caso sono retribuiti a parte, in aggiunta allo stipendio base e, fino a non molto tempo fa, erano anche un’amena ed ambita occasione di farsi una ventina di giorni in visita presso località turistiche di vario interesse – e tutti noi sappiamo quale gamma pressoché infinita di scelte il patrio suolo offra in merito – a spese del contribuente.
Nel mio Istituto il mitico Preside che ha accompagnato ben 21 dei miei 25 anni di cui sopra, non ci permetteva di poltrire molto. Pur concedendo la massima libertà (nessuno, benché teoricamente in servizio, veniva convocato nel periodo 15 giugno - 25 luglio, se non per casi di assoluta emergenza) il suo congedo estivo era accompagnato da una copiosa serie di consegne, del genere “dobbiamo riflettere su…” “è il caso di pensare seriamente a…”. Il che, per noi che lo conoscevamo bene, si traduceva automaticamente in “vedete di arrivare a settembre con proposte concrete, fattibili e sensate per migliorare la baracca”.
Nemmeno lui però è mai riuscito – ammesso che lo abbia mai veramente desiderato o tentato – a scrollare di dosso a sé e a tutti noi il fardello elefantiaco degli adempimenti burocratici e formali che paralizzano la scuola ed il resto del settore pubblico. Riunioni stracche ed interminabili aventi come unico scopo pratico il dimostrare che si passano tante ore a scuola e, quindi, ne consegue automaticamente che siamo tutti tanto bravi ed efficienti. Fiumi di parole, che inevitabilmente producono fiumi di carta (e più si avanza nel mondo della tecnologia e dell’office automation, più la produzione cartacea lievita), ma soprattutto fiumi di aria fritta e di nulla assoluto. “Laboratori” pomeridiani costosissimi, per far vedere che i ragazzi si trattengono a scuola per un tempo quasi-pieno, ad ulteriore dimostrazione del come-siamo-bravi di cui sopra, per cui docenti e studenti strascinano quelle scocciantissime ore alla meno peggio (ultimamente sento parlare con orrore di taglio e cucito, canto corale e piacevolezze simili), salvo ad avvalersene come comodo alibi per non aver ovviamente potuto fare i compiti. Risultato: sforniamo Tecnici della Gestione Aziendale che raramente capiscono la differenza fra Banca e Cassa, ma in compenso ballano divinamente il latino-americano e probabilmente sanno eseguire con maestria un orlo a giorno.
 
Ribadisco, come già detto altrove, che per quanto concerne la Pubblica Istruzione, a partire da circa vent’anni fa ho la netta sensazione che mi sia sfuggito qualcosa.
 
Ma torniamo a bomba. Le famigerate vacanze estive di tre mesi, eccetera eccetera. Recita un detto popolare che non c’è limite al peggio. Comincio a pensare che sia molto realistico, anche se non incoraggiante. Ma peggio di così non riesco proprio ad immaginarmi nulla.
Nel calendario annuale della mia scuola, pubblicato a settembre 2007, spicca la data del 13 giugno 2008 come ultimo Collegio Docenti annuale. Dopo di che, ad eccezione dei colleghi sopraccitati impegnati in Esami di Stato, tutti a casa, o tutti al mare a mostrar le gambe chiare. Come ho sempre fatto negli ultimi 15 anni, cioè da quando mi occupo di orari, l’orario dell’ultima fase dell’anno l’ho elaborato a ritroso, cioè partendo da quella data e retrocedendo: 11 e 12 scrutini finali, 9 e 10 colloqui orali di terza e simulazioni colloquio di quinta, 5 e 6 esami scritti di terza, 3 giugno scrutini ammissione esami classi terze, (sì, perché i professionali fanno esami di qualifica al terzo anno) e via di seguito. Ovviamente, le classi 1, 2, 4 avrebbero terminato l’anno venerdi 6 giugno, come sancito dai sacri testi.
Apriti cielo e spalancati terra. Di fronte agli impegni dei giorni 9 e 10 si è ammutinato l’intero comparto della sezione serale – la mia. Telefonate ai sindacati, lettere di protesta indirizzate alla Dirigente, piccoli assembramenti carbonari in corridoio e nei bagni, perché la scuola si è permessa – quella carogna della collega che fa l’orario si è permessa – di occupare abusivamente due giorni, visto che i suddetti sacri testi parlano di “termine delle lezioni” il giorno 6 giugno.
Le scuole di pensiero si sono, come sempre avviene quando un numero di sedicenti intellettuali pari o superiore a tre comincia a concionare, tragicomicamente separate. Qualcuno ha ribadito la “questione di principio” inattaccabile ed inalienabile della terribile soperchieria diabolicamente progettata a danno dei sacrosanti diritti dei lavoratori.
 
E questo non è il momento né il luogo adatto a chiarire il mio personale pensiero sulle “questioni di principio”.
 
Qualcun altro ha opportunamente dichiarato che, vabbè la scorrettezza di fondo, ma se adeguatamente retribuite quelle due giornate extra si sarebbero potute lavorare senza ulteriori contestazioni e proteste. Qualcun altro, pochi per la verità, ha osato timidamente azzardare che fino al 13 eravamo tutti in servizio, che siamo comunque regolarmente pagati almeno fino al 30 giugno (i precari), per non parlare di quelli di ruolo, e che quindi in questo impegno più o meno imprevisto non ci vedeva niente di scandaloso o di lesivo dei diritti di alcuno.
Essendo parte in causa – l’autrice del famigerato orario di cui sopra – mi sono tenuta fuori della mischia, anche perché credo che se fossi scesa nell’arena ci sarebbe scappato il morto. Ma so per certo che i pochi e timidi sostenitori della terza ipotesi si sono presi come minimo del fascista.
 
E a questo proposito vorrei aprire una brevissima parentesi. Non ho simpatie per il fascismo, come per nessun tipo di totalitarismo, ma se tutte le volte che qualcuno si comporta con un minimo di buon senso, di responsabilità e di serietà si becca del fascista, credo che comincerò seriamente a rivedere le mie opinioni in materia di storia.
 
Grazie al cielo la Dirigente ha tenuto duro. Ha ricordato a tutti che, in effetti, siamo in servizio fino al giorno 13, ed in teoria lo saremmo anche nei giorni successivi. Ha soprattutto puntualizzato che gli orali di terza sono ovviamente obbligatori, e che la soppressione della simulazione del colloquio per le classi quinte avrebbe anche potuto provocare dei ricorsi giuridici o amministrativi da parte degli studenti, in quanto la scuola è tenuta ad offrire tale opportunità. Oggi i corridoi sono deserti, ed i carbonari di cui sopra o si sono rassegnati o ne stanno progettando qualcuna delle loro. Cosa succederà lunedì e martedì? Mi aspetto di tutto, il girotondo folkloristico di protesta in cortile, il sabotaggio dei pc, lo sciopero della sete, eccetera.
Un’ultima osservazione. I più accalorati ed indignati erano, naturalmente, gli stessi che ad ogni piè sospinto, a proposito ma quasi sempre a sproposito, tirano in ballo le solite frasi preconfezionate, preruminate e predigerite del politichese più becero e troglodita: “il rapporto educativo”, “i momenti formativi”, “il dialogo costruttivo”, “la valenza educativa della valutazione”, “la peculiarità della frequenza attiva e partecipativa dello studente adulto alle lezioni” e via di seguito.
Odio le parole che terminano in –ismo, ma anche con quelle che terminano in –ivo non c’è poi da scherzare più di tanto.
Questa la cronaca degli ultimi due giorni. Se è vero che non c’è limite al peggio, mi chiedo quale sarà la prossima mossa. E sono sempre più convinta che nessun governo, nessun ministro, nessuna legge possa illudersi di sconfiggere il fancazzismo corporativo. E sono riuscita pure a mettere insieme le mie due desinenze preferite.
postato da: sissi2002 alle ore 21:51 | Permalink | commenti
categoria:scuola, attualitĂ 
venerdì, 16 maggio 2008
Every night in my dreams
I see you. I feel you.
That is how I know you go on.
Far across the distance
And spaces between us
You have come to show you go on.
Near, far, wherever you are
I believe that the heart does go on
Once more you open the door
And you're here in my heart
And my heart will go on and on
 
Love can touch us one time
And last for a lifetime
And never go till we're one
Love was when I loved you
One true time I hold to
In my life we'll always go on
Near, far, wherever you are
I believe that the heart does go on
Once more you open the door
And you're here in my heart
And my heart will go on and on
 
There is some love that will not go away
You're here, there's nothing I fear,
And I know that my heart will go on
We'll stay forever this way
You are safe in my heart
And my heart will go on and on
 
 
 
Ogni notte nei miei sogni
Ti vedo, ti sento
È per questo che so che continui a vivere
Lontano, attraverso le distanze
E gli spazi tra noi
Sei venuto per mostrarmi che continui a vivere
Vicino, lontano, ovunque tu sia
Io credo che il cuore continuerà a battere
Ancora una volta apri la porta
E sei qui nel mio cuore
E il mio cuore continuerà a battere
 
L'amore può toccarci una volta
E durare per tutta la vita
E non mollare mai finché non saremo morti
L'amore è stato quando ti ho amato
Una vera volta a cui resto aggrappata
Nella mia vita continueremo sempre
Vicino, lontano, ovunque tu sia
Io credo che il cuore continuerà a battere
Ancora una volta apri la porta
E sei qui nel mio cuore
E il mio cuore continuerà a battere
 
C'è un amore che non se ne andrà
Sei qui, non c'è niente di cui io abbia paura
E so che il mio cuore continuerà a battere
Resteremo per sempre così
Sei al sicuro nel mio cuore
E il mio cuore continuerà a battere, a battere ...
 
postato da: sissi2002 alle ore 23:01 | Permalink | commenti
categoria:musica
lunedì, 21 aprile 2008
IL PAPA ALL'ONU: TE LI DO' IO I DIRITTI UMANI
di Riccardo Cascioli
 
Con il discorso alle Nazioni Unite pronunciato il 18 aprile, il Papa ha ancora una volta spiazzato la maggior parte degli analisti. Era noto che avrebbe parlato di diritti umani, anche perché l’invito a parlare al Palazzo di Vetro coincideva proprio con il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Ma in molti si aspettavano che si soffermasse su sviluppo, ambiente, vita, famiglia, pace e così via. Argomenti che il Papa ha soltanto sfiorato, a titolo esemplificativo, andando invece al cuore del problema: cosa sono i diritti umani, qual è la loro radice, e qual è dunque il compito degli Stati.
Si tratta di un intervento che, pur nella morbidezza dei toni, è di una grande durezza e determinazione perché si tratta di una critica radicale al dibattito sui diritti umani così come viene condotto alle Nazioni Unite. La battaglia che le solite lobby e tanti governi (Unione Europea in testa) stanno conducendo oggi, ruota infatti intorno al tentativo di “ridefinire” i diritti umani legandoli ai contesti culturali, sociali e politici. E’ quello che accade con il tentativo di invocare un diritto universale all’aborto, e con il tentativo di considerare famiglia ogni genere di unione. Ma non solo: in Europa, ad esempio, aumentano le sentenze di tribunali che “giustificano” la violazione del nostro diritto in nome della cultura di provenienza degli immigrati islamici (vedi la poligamia e la violenza contro le donne). Ed è una visione che fa gioire anche la Cina e altri Paesi asiatici che hanno sempre invocato una propria, originale, concezione dei diritti umani a motivo della loro cultura (in realtà per giustificare l’oppressione dei propri popoli).
Il Papa ha spazzato via qualunque ambiguità al proposito: “I diritti umani sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà… Non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti”. Se si viene meno a questa concezione, ha detto il Papa, il risultato è il restringersi dei diritti umani, anche quando sembrerebbe che se ne voglia allargare l’ambito.
Il Papa è consapevole che alle Nazioni Unite sono rimasti ben pochi a sostenere che i diritti umani sono universali e fondati sulla legge naturale e – potremmo aggiungere – una spallata decisiva si sta portando sulla spinta dell’ideologia ecologista che pretende addirittura di cancellare la centralità dell’uomo quale criterio ultimo delle politiche globali (la Carta della Terra promulgata nel 2000 all’interno del sistema delle Nazioni Unite sostituisce i diritti dell’uomo con i diritti della comunità di vita, in cui uomini, anima li e piante hanno gli stessi diritti).
Così il Papa chiama a "raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione (Universale dei diritti dell’uomo) e di comprometterne l’intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari”.
Da questo punto di vista colpisce anche l’insistenza di Benedetto XVI sulla differenza tra legalità (ovvero norme volute da chi detiene il potere) e giustizia (che non cambia ed è l’unica fonte dei diritti umani). Proprio su questa distinzione poggia l’istituto dell’obiezione di coscienza che, ad esempio, l’Unione Europea amerebbe limitare o addirittura cancellare (ci ha provato anche il governo italiano uscente). Tutto il resto – la libertà religiosa, il ruolo della scienza, il superamento delle ineguaglianze, il rispetto del Creato, la promozione della famiglia – è una conseguenza ed è importante andarsi a rileggere l’intero discorso del Papa per cogliere l’intima unità tra tutti gli aspetti che riguardano la persona umana.
Un’ultima notazione: i rappresentanti dei 192 Paesi che hanno ascoltato il discorso, hanno tributato al Papa una “standing ovation” di un minuto: sembrerebbe contraddittorio considerando che in nome dei propri governi, gran parte di quei rappresentanti lavorano ogni giorno nella direzione contraria a quella indicata dal Papa. Escludiamo che si sia trattato di un applauso di circostanza, era troppo partecipato e sincero. Rimangono due possibilità: la prima è che non abbiano capito in realtà cosa abbia detto il Papa, ma escluderemmo anche questa ipotesi; sia perché il discorso era molto chiaro e senza giri di parole sia perché chi non capisce al massimo resta in silenzio o applaude giusto per educazione. Sicuramente non dedica una “standing ovation”. C’è dunque una sola spiegazione plausibile: che abbiano cioè applaudito non in rappresentanza dei propri governi, ma come persone che si sono sentite “lette” nel cuore, nel loro desiderio personale di giustizia e di libertà; che si sono sentite valorizzate nella loro dignità di uomini. In altre parole: hanno applaudito come uomini, non come rappresentanti; in nome della giustizia, non della legalità
 
postato da: sissi2002 alle ore 19:13 | Permalink | commenti (2)
categoria:attualitĂ 
giovedì, 17 aprile 2008
Non sono stata chiamata in causa da nessuno (vedi regolamento) ma ho trovato il post del gioco sul Blog di Crossroads e devo dire che l’idea mi è piaciuta parecchio
Il regolamento prevede che chi partecipa al gioco citi la persona che la/lo ha chiamato in causa, elenchi le sei cose che ama di più (cose, non persone) e passi parola ad altri 6 bloggers amici, ovviamente informandoli del gentile pensiero.
Per dovere di correttezza. Ho pensato di aggiungere anche la sezione “sei cose che odio” che non era prevista in origine. Quindi la seconda parte è facoltativa, proprio come spesso capita nei compiti in classe a scuola
 
SEI COSE CHE AMO
1) Leggere
Di-tutto-di-più. Da quando, a sette anni, mi sciroppai I Promessi Sposi, e a dieci circa I Miserabili. Trovandoli fra l’altro piacevoli, forse perché non c’erano insegnanti rompiscatole ad impormeli, e per contro c’era una famiglia molto intelligente nel guidarmi verso la lettura. Oggi, varcata la soglia del mezzo secolo, leggo di tutto: dai testi di studio a Topolino, da Stephen King a Dostoevskji a Wilbur Smith, a “La classe fa la ola mentre spiego”. Non leggo le furbate editoriali alla Federico Moccia, leggo anche quello che non condivido, per poterne discutere, come il Codice da Vinci, tanto per fare un esempio. Non leggo i libri che mi annoiano, una lunga processione aperta dalla triade eccellente DeCarlo-Baricco-Camilleri
2) Musica
Anche qui, bando alle suddivisioni fra generi. Lirica, classica, pop, rock, country, basta che sia buona musica. Va benissimo se sono solo canzonette, anche se il livello qualitativo delle stesse sta precipitando verso lo zero assoluto, per non parlare delle inesistenti qualità canore dei bellocci/e di turno che sanno solo urlare e dimenarsi. Credo che una bella canzone resista nel tempo, e che sia questo il criterio che permetta di giudicarne il valore, che poi la canti Claudio Villa o Zucchero poco importa. Credo nel “meticciato” musicale, nel senso che i duetti di Pavarotti con gli artisti pop o rock sono stati uno splendido esempio della trasversalità della musica, e non condivido il pensiero di chi sostiene il contrario. Non apprezzo, ma ovviamente è naturale, è il gap generazionale che si fa sentire, i generi musicali tipo heavy metal e quelle impossibili definizioni inglesi della disco music. E purtroppo canticchio spesso. Soprattutto in macchina insieme all’autoradio, il che è tragico quando arriva la bella stagione e si va coi vetri aperti.
3) Cinema
Poca, per non dire nulla, simpatia per le mattonate, i cosiddetti cult. Per contro, mi rifiuto di considerare cinema le volgarità della commedia all’italiana del genere Boldi-Pozzetto-Pierino e vacanze di Natale varie. Non amo il genere comico, forse perché per me i comici si sono esauriti con la coppia Lemmon-Matthau. Amo i film drammatici, d’azione, i film di guerra, i thriller, il buon horror e la buona fantascienza. Un po’ meno il fantasy, per nulla le romanticherie sciroppose. Ci sono parole-chiave che fanno sì che io mi rifiuti a priori di vedere un film, tipo “grottesco”, o “visionario”. Non comprenderò mai la grandezza di un Fellini, di un Kubrick, di un Benigni, Ma francamente, me ne infischio.
P.S. Benigni, quando legge Dante, è semplicemente divino. Perché, maledizione, perché si ostina a fare lo scemo?
4) Gatti
Oddio, mi ripugna classificare i gatti fra le “cose”. Quando guardo negli occhi la mia Sissi vi leggo un’infinità di sentimenti: allegria, paura, risentimento, pigrizia, apprensione, simpatia, fastidio, stupore, attenzione, giocosità, cautela, pazienza, ma soprattutto sincerità, spontaneità, spesso accompagnata da un lampo di divertita tolleranza e di infinita saggezza. Sono migliaia gli aforismi sui gatti, e non è il caso di riportarli qui, se non uno: “Il più piccolo dei felini è un capolavoro” (Leonardo da Vinci)
5) Solitudine
La chiamano uno dei mali del secolo. Io la chiamo un lusso sempre più raro. Sarà che mi ero abituata troppo bene, durante i quasi vent’anni in cui ho vissuto da sola, ma considero i rarissimi spazi quotidiani in cui riesco a stare da sola preziosi più dell’oro. Sarà anche che una delle poche fortune che ho è quella di stare benissimo con me stessa. A condizione di avere accanto a me almeno due fra questi tre amici: un libro, il pc e la mia gatta
 
SEI COSE CHE ODIO
(come giustamente mi ha fatto notare Slowhand, di odio al mondo ce n’è già fin troppo. Quindi il termine “odio” va inteso nel senso di cose che non sopporto, che mi danno fastidio, senza caricare il termine di un significato troppo marcato)
 
1) Lavoro
Calma. A me lavorare piace. Amo le vacanze, ma il pensiero di stare tutto il santo giorno a far nulla tutti i giorni dell’anno non mi attrae per niente. Vorrei solo poter cambiare lavoro. Credo che nessun mestiere come l’insegnamento abbia subito così tanti cambiamenti negli ultimi trent’anni, ed il livello medio di preparazione degli studenti italiani è la prova più evidente che questi cambiamenti sono stati tutti per il peggio. Quando scelsi di insegnare, esattamente 32 anni fa, non avevo la più pallida idea di come la scuola sarebbe tristemente andata a finire. Più che disposta ad ampliare e chiarire il discorso, ammesso che a qualcuno esso suoni superficiale o esagerato.
2) Politically correct
L’ho scritto quando ho inaugurato il blog. Credo sia in assoluto la cosa che mi dà più fastidio. Dire, pensare, fare, vestirsi, leggere, mangiare, giocare, divertirsi, in base a quello che viene considerato corretto, accettabile, che ti fa sentire parte di un branco che magari protegge anche, ma soprattutto livella, uccide l’individualità.
3) Rompiballe
Anche se mi fanno un po’ ridere le assurdità che sento sparare in giro quando si parla di “tutela della privacy” (come al solito noi italiani manchiamo totalmente del senso della misura), è altrettanto vero che diventa sempre più difficile essere lasciati in santa pace. E pensare che qualche difesa, senza chiamare in causa avvocati o giudici di pace, in fondo ce l’avremmo, se solo ci ricordassimo di metterla in atto. Il cellulare si può anche tenere spento. Le e-mail provenienti da sconosciuti si possono anche cestinare senza aprirle. Quando suonano alla porta, si può anche non rispondere, basta preavvisare parenti ed amici e concordare con loro uno squillo particolare.
4) Viaggiare
C’è chi fa fatica ad arrivare a fine mese, e tuttavia fa debiti, ma ai viaggi ed ai weekend non rinuncia. Non lo capisco. Non capisco cosa ci sia di così attraente nel sottomettersi ad orari impossibili, esigenze famigliari da concordare, scomodità, marce forzate, code sotto il sole, spiagge affollate e rumorose, bagagli da fare e disfare, animali domestici da collocare, piante da dare in custodia, eccetera …. E poi? Non è riposo, è stress che si accumula allo stress. Non è neanche arricchimento culturale, oggi impari di più da un buon dvd o cd-rom che da un’estenuante visita ad un affollato e caotico museo.
6) Guidare
Un male necessario, ma pur sempre una fatica. Guido l’auto perché devo, perché utilizzare un mezzo di trasporto pubblico per me vorrebbe dire attraversare la città intorno a mezzanotte, cosa decisamente poco consigliabile, grazie ad una sciagurata amministrazione ed a leggi nazionali ancor più scellerate che proteggono i delinquenti a scapito dei cittadini onesti. Ma non mi piace, e mai mi piacerà
 
 
Adesso provo a coinvolgere
http://deliberoarbitrio.splinder.com/ = Claudio
http://virtuology.splinder.com/ = Federico
che sono due signori e quindi, pur pensandolo, non oseranno mai mandarmi affanbagno
e poi mi fermo perché non garantisco il tenore delle reazioni di coloro che gestiscono blog seri e non hanno voglia di essere importunati da simili scemenze. Per cui se qualche lettore sprovveduto è incappato fin qui e vuole aggregarsi, è il benvenuto!
 
postato da: sissi2002 alle ore 21:31 | Permalink | commenti (1)
categoria:
martedì, 01 aprile 2008
Nel maggio 2006 l’Italia ritira la sua adesione ad una moratoria sull’uso degli embrioni come cavie di laboratorio, promossa da alcuni stati europei. Naturalmente tutto l’Ulivo, unanimemente, appoggia la decisione del governo. Nel giugno 2006 il senatore Ignazio Marino presenta un progetto di legge sul testamento biologico, praticamente l’anticamera dell’eutanasia legalizzata. Novembre 2006: il ministro Livia Turco propone l’innalzamento della quantità di cannabis considerata “uso personale” e quindi legalmente detenibile. Grazie al cielo ci pensa il Tar a porre rimedio alla sciaguratezza del provvedimento. Febbraio 2007: Rosy Bindi, supportata da quei due bei tomi di Renato Balduzzi e Stefano Ceccanti, propone con toni trionfanti una legge sui Di-Co. La componente “cattoprogressista” del governo taccia di fatto tutto il popolo cattolico di ignoranza, sostenendo che i DiCo siano compatibili con il Magistero della Chiesa. Naturalmente la CEI smentisce, infuriano le polemiche, e pochi mesi dopo gli indomiti di cui sopra ci riprovano proponendo i Cus. Sempre del luglio 2007 è il tentativo di Livia Turco di modificare la legge 40/2004.
Ecco perché, caro Veltroni, pur riconoscendoti l’indubbio merito di esserti staccato dalla sinistra radicale (alleato del tutto inaffidabile, come si è visto nel biennio appena trascorso) non me la sento di darti il mio voto. L’intransigenza di un Bertinotti e l’estremismo di un Ferrero sono, se non altro, dichiarati e netti. L’ipocrisia melensa ed affettata di certi tuoi alleati “di centro” sono, al contrario, decisamente ripugnanti. E l’altro tuo alleato illustre, il buon Pannella Giacinto detto Marco, potrebbe diventare un ago della bilancia – dal mio punto di vista – decisamente poco gradito.
 
Sull’altro fronte, non si sta certo meglio. Ho ammirato, in passato, la lungimiranza e la diplomazia di un Fini, che ha di fatto sdoganato il suo partito da un passato pesantissimo, impegnando tempo e fatica in questo compito lento e faticosissimo. E che oggi se lo vede vanificare da alleati che si presentano a tutti i comizi indossando una poco intelligente camicia nera, candidando personalità quanto meno discutibili e producendosi in battute di dubbio gusto e di scarsa intelligenza, se non addirittura ai limiti della volgarità. È già abbastanza desolante pensare che l’unica novità politica degli ultimi mesi – Vlady Luxuria a parte – sia rappresentata da un comico che si è sentito chiamato a rappresentare, ululando, l’uomo qualunque del terzo millennio, ma è ancor più tragico assistere quotidianamente agli scivoloni inopportuni di un candidato alla guida del Paese che tenta di imitarlo, illudendosi magari di guadagnare i voti degli anticonformisti e dei giovani, e non si rende conto che gettando nel ridicolo se stesso finisce per essere patetico e controproducente. Senza contare che tutto il mondo è paese, e non mi è difficile pensare che, come Prodi fu ostaggio della sinistra radicale, domani Berlusconi lo sarà altrettanto facilmente di Bossi e Calderoli: prospettiva poco rassicurante. Senza contare, caro Gianfranco, che la tua posizione praticamente uguale a quella di Bertinotti sul caso Alitalia mi lascia decisamente sconcertata e parecchio delusa.
 
Non comprendo le sfumature, le sottigliezze, le infinitesimali divergenze che possono sussistere fra le decine di partitelli e partitini piazzati grossomodo al centro, e che costituiscono un ventaglio di opportunità di voto decisamente dispersivo e disorientante. Né ho trovato a tutt’oggi qualcuno in grado di spiegarmele.
Giuliano Ferrara è un vecchio volpone che sa saltare sulla sella giusta al momento giusto. E quindi ne temo l’inaffidabilità, lo vedo come un cane sciolto che potrebbe sostenere, nell’arco di 24 ore, tutto ed il contrario di tutto. Senza contare che – pur apprezzando la sua battaglia sulla questione dell’aborto – mi sembra che un programma politico proposto da chi si candida a guidare l’Italia per un quinquennio dovrebbe occuparsi anche di altri argomenti.
 
Ho lasciato per ultimo Casini, proprio perché lo sento più vicino al mio pensiero di tanti altri, e perché il distacco da Berlusconi, sempre che non sia un escamotage per guadagnare voti, me lo ha reso più gradito. Il buon Pierferdy proclama anche di non voler concludere alleanze neppure con il PD, e qui mi viene quasi quasi da augurarmi che magari ci ripensi, diventando lui l’ago della bilancia che permetterebbe a Uòlter di tenere tranquilli i radicali e ridimensionare gli opportunistici entusiasmi targati Bindi e Marino. Ma, ma …
Ma, caro Pierferdinando, secondo me anche tu sei salito su una barca piuttosto ingovernabile. Dichiari di condividere senza riserve il principio ribadito dalla Chiesa, che considera “non negoziabile” la difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale. Fin qui tutto bene, anzi mi sono parecchio domandata, da elettrice e non da credente, perché mai la difesa di un principio tanto importante sia stata per troppo tempo lasciata unicamente alla Chiesa. C’è bisogno di essere cattolici, cristiani, credenti, per difendere la vita?
Ma attento, onorevole Casini. Se alzi il vessillo della difesa della vita, ricordati che non potrai limitarti a scagliare anatemi in materia di aborto ed eutanasia. Sei un politico, non un prelato o un filosofo. Per cui avrai il dovere di difendere il tuo convincimento in tutte quelle situazioni – questa volta davvero “politiche” e non più soltanto “etiche” o “religiose” – in cui esso verrà bene o male ad essere chiamato in causa.
Mi spiego meglio.
DIFENDERE LA VITA è anche proteggere la cittadinanza dai delinquenti; avere il coraggio di modificare alcune leggi idiote ed improntate ad un assurdo garantismo, che di fatto proteggono ladri, assassini, stupratori, autisti ubriachi e truffatori. Basta con i colpevoli impuniti, basta con le scarcerazioni selvagge, basta con indulti e sconti vari, basta con i criminali liberi di continuare impunemente a delinquere. Basta con le denunce di persone minacciate, a cui “non si può” dare corso, salvo poi piangere quando ci scappa il morto
DIFENDERE LA VITA è anche riformare seriamente il sistema sanitario, dove è inammissibile la tutela ad oltranza del lavoratore incompetente o menefreghista. È inammissibile che gli incarichi di prestigio siano distribuiti in base alle tessere di partito. È inammissibile che una prestazione pubblica si debba aspettare per mesi, e privatamente la si ottenga in due giorni. È inammissibile che il sistema affoghi nella burocrazia, nel pressappochismo, nell’indifferenza e nella superficialità di chi ha in mano la salute e la sopravvivenza di tanti cittadini
DIFENDERE LA VITA è anche avere il coraggio di ripensare a tutta la normativa in materia di adozioni ed affidi. Perché un genitore single non può adottare un bambino? Se lo si ritiene incapace di adempiere ai suoi doveri, tanto varrebbe sottrarre i figli anche ai vedovi ed ai divorziati. Perché un minore dato in affido deve mantenere i contatti con la famiglia originaria, dal momento che quest’ultima si è dimostrata inadeguata al suo compito? Perché chi, generosamente, accoglie e cresce un bambino abbandonato o maltrattato deve poi anche convivere con la paura che gli venga sottratto dai genitori biologici, se appena appena questi ultimi “ci ripensano”?
DIFENDERE LA VITA è anche porsi seriamente il problema della popolazione anziana, destinata ad aumentare e a costituire un grosso onere per la spesa pubblica, soprattutto in caso di anziani soli e non autosufficienti. L’unica soluzione economicamente sostenibile è l’aumento dell’età pensionabile. Ma qui, naturalmente, il buon senso si scontra fatalmente con i programmi elettorali tendenti unicamente a procacciare voti.
DIFENDERE LA VITA è anche affrontare seriamente, anche se in tragico ritardo, tanti problemi ambientali che in passato sono stati gestiti unicamente con demagogia. I rifiuti sono un’emergenza sanitaria in Campania, ma domani il problema potrebbe anche espandersi, e si espanderà se si continua a non far nulla. Perché in Italia non esistono impianti sul tipo di quello esistente in Germania, che ritira (a carissimo prezzo) i nostri rifiuti e ne ricava pure energia? Perché non si ha il coraggio di dichiarare che oggi il nucleare sicuro è possibile? Perché le grandi città continuano a fare scelte a dir poco scellerate in materia di trasporto pubblico, e poi ci si scandalizza se la gente non lascia a casa l’auto?
DIFENDERE LA VITA è anche tutelare la salute a 360°, per cui mi fanno un po’ ridere le campagne contro gli errori alimentari o le pesanti sanzioni pecuniarie ed amministrative per il guidatore che non allaccia la cintura. Il ministero della Salute (questo termine un po’ orwelliano mi angoscia, preferivo il buon vecchio “Sanità”) spende milioni in campagne pubblicitarie contro l’obesità, a favore della prevenzione dei tumori, contro l’AIDS, ma guai a chi si permette di puntare il dito contro la tossicodipendenza. I drogati sono impunibili, intoccabili. Se poi rapinano, uccidono, si prostituiscono, entrano nei giri mafiosi per pagarsi la dose, guidano come pazzi, chi se ne frega. Loro sono da difendere; le loro vittime, naturalmente, no.
DIFENDERE LA VITA è anche regolamentare seriamente l’immigrazione. Stabilire delle quote di ingresso, sulla base delle necessità locali, e garantire all’immigrato onesto un lavoro, una casa, un’istruzione, un’esistenza dignitosa, al pari di qualsiasi altro cittadino. Compreso, perché no? il diritto di voto. Ma espellendo severamente chiunque ritenga di poter fare delle nostre strade un territorio dove rubare, violentare, uccidere a piacimento. E colpendo con punizioni esemplari i tanti italiani che sull’immigrazione clandestina e sulle situazioni irregolari speculano e lucrano alla grande.
Ora, di tutto questo tu in campagna elettorale non parli, Pierferdinando. E dato che non sei un superficiale e nemmeno uno stupido, non ne parli non tanto perché non ci hai pensato, ma perché non intendi impegnarti in questa direzione, a rischio di perdere voti. E qui sbagli, perché probabilmente ne guadagneresti un sacco di voti, tutti i voti di coloro che sono stufi marci della situazione e che non riescono a trovare, né a sinistra né a destra, qualcuno che si faccia portavoce del loro scontento.
 
Da parte mia, rimango nella condizione di indecisa. Ho abbandonato da parecchio tempo l’illusione di poter davvero cercare di fare la scelta migliore. Adesso comincio a pensare che devo smetterla anche di illudermi di riuscire a scegliere il male minore.
postato da: sissi2002 alle ore 21:24 | Permalink | commenti (7)
categoria:attualitĂ 
venerdì, 28 marzo 2008
I had this perfect dream
-Un sueño me envolvió
This dream was me and you
-Tal vez estás aquí
I want all the world to see
-Un instinto me guiaba
A miracle sensation
My guide and inspiration
Now my dream is slowly coming true
The wind is a gentle breeze
-Él me hablo de ti
The bells are ringing out
-El canto vuela
They're calling us together
Guiding us forever
Wish my dream would never go away

Barcelona - It was the first time that we met
Barcelona - How can I forget
The moment that you stepped into the room you took my breath away
Barcelona - La música vibró
Barcelona - Y ella nos unió
And if God willing we will meet again someday
 
Let the songs begin
-Déjalo nacer
Let the music play
-Ohhhhhhhh...
Make the voices sing
-Nace un gran amor
Start the celebration
-Ven a mí
And cry
-Grita
Come alive
-Vive
And shake the foundations from the skies
Shaking all our lives
 
Barcelona - Such a beautiful horizon
Barcelona - Like a jewel in the sun
Por ti seré gaviota de tu bella mar
Barcelona - Suenan las campanas
Barcelona - Abre tus puertas al mundo
If God is willing
-If God is willing
If God is willing, friends until the end
Viva - Barcelona
 
postato da: sissi2002 alle ore 20:42 | Permalink | commenti
categoria:musica
mercoledì, 19 marzo 2008

 http://www.superabile.it/CANALI_TEMATICI/Associazioni/Zoom/info1363365836.html

La notizia è stata commentata anche nella trasmissione “L’Italia sul 2” di martedì 18 marzo.

In breve, per chi non avesse voglia di aprire il link e leggersi l’articolo, fa scalpore e fa discutere il desiderio espresso da una coppia di coniugi inglesi di sottoporre Ophelia, la loro figlia down, ad un intervento di chirurgia estetica per eliminare i tratti somatici del viso che sono una caratteristica di tale malattia. La madre di Ophelia motiva la sua richiesta con disarmante semplicità: “Se c’è qualcosa del tuo corpo di cui non sei felice, perché non correggerlo?”.

La madre di Georgia, un'altra bambina down che ha già subito questo intervento in passato, ribadisce: "Viviamo in una società che giudica le persone dalla loro apparenza, e queste sono cose che non cambiano nel giro di una notte: così è Georgia a doversi adattare alla società piuttosto che il contrario. So come sono i ragazzini, ad esempio, e non voglio che venga presa in giro a scuola”

Naturalmente, l’opinione pubblica si è scandalizzata e scatenata: "il solo pensiero di permettere che aprano la faccia a tuo figlio per cercare di renderlo più 'accettabile' da parte della società è terribile".

Questi i fatti. Personalmente, mi sembra un’assurdità. Purtroppo una persona down non si limita ad avere lineamenti caratteristici del viso, ma soffre anche di un più o meno grave ritardo mentale che, a tutt’oggi, nessun intervento chirurgico e nessuna terapia possono guarire. Ritardo mentale che, di fatto, lasciando da parte inutili pietismi e controproducenti dichiarazioni di principio inneggianti all’egualitarismo, renderà comunque difficile, se non impossibile, lo svolgimento di una vita “normale” a chiunque sia affetto da questa patologia.

Ritengo superfluo ribadire l’incontestabile diritto da parte di un qualsiasi essere umano di usufruire delle cure mediche di cui necessita, di essere aiutato, nei limiti delle sue possibilità, ad integrarsi nella vita sociale e nel mondo del lavoro. Non ritengo che un down abbia gli stessi diritti di un normodotato, ma solo perché penso che, in quanto obiettivamente più debole, ne abbia di più. E che ogni società civile che voglia essere degna di questo aggettivo abbia il dovere di garantire a tutti questi ammalati una tutela coscienziosa ed accurata, un’esistenza dignitosa e serena.

Ma da qui a gridare allo scandalo per la notizia trapelata dalla Gran Bretagna, ce ne corre. Vogliamo, una volta tanto, essere logici, obiettivi, e non lasciarci travolgere dal solito politically correct e dal conformismo? Vogliamo avere, una volta tanto, il coraggio di rischiare l’impopolarità, il coraggio della coerenza?

Perché, vedete, a me sembra che il mondo sia pieno di persone che hanno fatto dell’immagine il loro obiettivo primario. Un tempo si trattava soprattutto di donne; ultimamente, a conferma del fatto che la stupidità, il narcisismo e la superficialità non conoscono distinzione di razza, età, titolo di studio o sesso, ad affannarsi nella sterile ed idiota ricerca del modello estetico ideale sono un po’ tutti. Faccio qualche esempio, così a caso:

Qualunque TG, indipendentemente dall’orientamento politico dei suoi dirigenti, non fa che riferire sul costo della vita, sull’aumento incontrollato dei prezzi, delle tasse, dei generi di prima necessità. Dopo di che, tutti gli spot pubblicitari di tutte le fasce orarie sono saturati dalla promozione di prodotti di bellezza anti-età, anti-cellulite, anti-rughe (anti-cervello, mi permetto di aggiungere io), dal costo sicuramente non basso, ma di cui non si può fare a meno. Piuttosto si lesina sui pasti, ma alla magica cremina che elimina i cuscinetti non si rinuncia, per nessuna ragione.

Seguono a ruota, anche nelle rubriche cosiddette “di informazione medica” come “TG2 salute” (il mio non è un accanimento contro la Rai o la seconda rete, nel ragionamento ci stanno assolutamente tutti) i servizi inerenti alla chirurgia plastica ed alla medicina estetica in generale. Rifare il naso, il seno, “regalarsi” un lifting (quanto lo odio questo verbo, che va di pari passo con i vomitevoli “premiarsi” e “coccolarsi”), e giù a disquisire su silicone, annessi e connessi.

E per chi proprio non ce la fa economicamente a programmare un appuntamento col bisturi, niente paura, ci sono i prestiti! E se già sei sovraccarico di cambiali che hai firmato per concederti (altro verbo dalla valenza oltremodo simpatica) la settimana bianca, il video al plasma, il Natale alle Maldive e la Pasqua a Marrakesh, potresti sempre ripiegare su un ciclo di massaggi, un abbonamento al centro di estetica per non far svanire la preziosissima abbronzatura … eccetera.

Persino le pubblicità dei lassativi hanno capito di avere a che fare con un pubblico dal quoziente di intelligenza che in certi momenti regredisce verso lo zero assoluto, e puntano imperterrite ed ossessive a combattere il “gonfiore”. Vale a dire che se soffri di stipsi ostinata potresti anche avere un cancro al colon, ma non preoccuparti per simili inezie. L’importante è che il tuo profilo ultrapiatto, conquistato a prezzo di costosi trattamenti e sfiancanti sedute in palestra, non abbia a risentire di lievi ma indesiderati arrotondamenti.

Per cui mi viene da chiedermi se chi proclama la scelleratezza nel voler “rendere il proprio figlio più accettabile” ci è o ci fa. Alzi la mano chiunque, fra coloro che condannano l’iniziativa di questi genitori inglesi, non si è mai fatto condizionare dalla bilancia, dalla paura di non apparire in forma, dalla preoccupazione di non essere abbastanza “trendy”, abbastanza abbronzato, abbastanza privo di rughe, abbastanza simile ai personaggi del mondo dello spettacolo e del gossip: calciatori e veline, attorucoli e prezzemoline, tronisti e top model, assimilati ed affini.

Una cosa soltanto, però, vorrei ricordare ai genitori di Ophelia e Georgia. Guardatevi intorno, per favore, e riflettete per un attimo. Volete davvero che le vostre figlie si sentano “uguali” alle altre ragazze? Questa esasperazione dell’immagine, della bellezza da conquistare e mantenere ad ogni costo, a me sembra che produca ben poco, al di là degli enormi guadagni a favore di chi lavora nel giro, e di una serie impressionante di conseguenze negative a carico di chi ne è schiavo. Conosco persone che hanno fatto debiti per pagarsi la palestra o il centro estetico. Tutti noi sappiamo quanti giovani siano vittima dell’anoressia e della bulimia, non di rado mortali. Le diete irragionevoli ed il continuo mettersi a confronto con modelli irraggiungibili hanno provocato e provocano non poche cadute nella depressione. Qualche mese fa, proprio “l’Italia sul due” raccontò la vicenda di una ragazza che aveva tentato il suicidio – fortunatamente fallendo – perché i genitori le avevano negato il denaro necessario per una liposuzione. E’ questa la “normalità” che desiderereste per le vostre figlie?

postato da: sissi2002 alle ore 18:04 | Permalink | commenti (1)
categoria:attualitĂ 
martedì, 11 marzo 2008

Cerco, spesso senza riuscirci, di non pensare alle lunghissime, disperate ultime ore di vita dei ragazzini di Gravina, condannati, soprattutto Salvatore, ad una morte lenta ed atroce, disumana, che fino a ieri ci piaceva immaginare fosse prerogativa esclusiva di film e racconti horror. Penso con rassegnato scetticismo e rabbia impotente all’ennesima inchiesta che finirà nel nulla, perché tutti – prima o poi – ne usciranno impuniti: il proprietario di quella maledetta costruzione abbandonata al suo degrado ed alla sua pericolosità, le autorità locali che non hanno imposto nessuna misura di sicurezza che impedisse di accedervi, gli inquirenti che – all’indomani della scomparsa dei ragazzi – hanno eseguito ricerche frettolose e superficiali, convinti com’erano che Ciccio e Tore fossero semplicemente l’ennesimo esempio di figli contesi fra genitori separati, probabilmente rapiti da un complice di uno dei due e tenuti nascosti chissà dove, forse persino all’estero.

Mi piacerebbe capire, anche se lo ritengo impossibile, la mentalità della gente, che in occasioni come questa finisce con il manifestarsi con chiarezza rivelatrice. Ho assistito, quasi quotidianamente, a reazioni ed espressioni contraddittorie da parte della cosiddetta “opinione pubblica”, che mi lasciano francamente interdetta. Penso, ad esempio, alla morbosa curiosità sui particolari più macabri della tragica ricostruzione dell’accaduto ed alla vergogna che ho personalmente provato, in quanto essere umano, assistendo alla diretta su “Chi l’ha visto?” ed osservando le persone che circondavano il giornalista e che facevano a gara per essere inquadrati, sorridendo, salutando, spintonandosi, del tutto indifferenti alla tragedia che si stava descrivendo, e preoccupati unicamente di apparire più o meno telegenici. Penso all’ondata di sentimentalismo tutto sommato sterile e puramente di facciata che ha fatto di Salvatore e Francesco due icone dell’infanzia vilipesa e mi chiedo: a quando la nascita dell’ennesima “fondazione” che – a nome dei due poveri ragazzini – solleciterà finanziamenti ed aiuti per qualche causa lodevole e nebulosa, permettendo al furbo truffatore di turno di arricchirsi? A quando la messa in vendita di foto ed immaginette di pessimo gusto, come già accadde dopo l’assassinio di Tommaso Onofri? Penso anche al cinismo ed alla disumanità di coloro che – più o meno apertamente – recriminarono che la macabra scoperta fosse avvenuta proprio in quella specifica data, giustificando con il clamore suscitato dalla notizia il flop ed il crollo dell’audience registrato dal pachidermico, costosissimo e francamente insignificante Festival di Sanremo. Megaspettacolo che ha dimostrato solo una cosa: che se ne può serenamente fare a meno, con l’augurio che i dirigenti Rai riflettano sulla possibilità di spendere un po’ meglio i soldi del canone. Fine della divagazione.

L’ultimo pensiero, ma non certo il meno importante, va a Filippo Pappalardi. Non certo uno stinco di santo, probabilmente un uomo che, se appena possiede un minimo di coscienza e di sentimento, ha ed avrà molte ragioni per dimenticare, da oggi sino alla fine dei suoi giorni, cosa significhi trascorrere una notte di sonno tranquilla. Ma, se si deve credere ai referti delle autopsie, non è un assassino. Ha sbagliato, cercando di imporre le regole ai figli a suon di botte e di violenze, diventando ai loro occhi l’orco che li terrorizzava e che – chissà? – forse è stato il pensiero che ha impedito a Salvatore di correre a cercare aiuto e lo ha spinto a tentare di soccorrere da solo il fratellino, con le conseguenze che sappiamo. Ma è forse la sua ex moglie meno colpevole di lui? Lei che le regole, per non sbagliarsi e per non dover sacrificare parte del suo prezioso tempo, non le imponeva per nulla e lasciava che i due fratellini crescessero senza guida e senza educazione? Che ha trasformato la sua casa in un porto di mare, con un via vai di compagni più o meno occasionali, fino al punto che i figli le sono stati giustamente sottratti? Meritano, entrambi, la qualifica di “padre” e di “madre”? E chi è stato l’incompetente e/o superficiale operatore dei servizi sociali che, tolti Francesco e Salvatore ad un genitore incapace, li ha affidati all’altro, anch’egli (pur se per altre ragioni) altrettanto inadatto al ruolo?

A me sembra che Filippo Pappalardi stia diventando il capro espiatorio di comodo, per proteggere il sedere dei veri colpevoli che – qualora si giunga ad una doverosa scarcerazione del padre dei due fratellini – cominceranno a giocare a scaricabarile, come sempre avviene: il comune di Gravina, il proprietario della costruzione teatro della tragedia, gli organizzatori delle prime ricerche, gli inquirenti, gli assistenti sociali. Nessuno di loro, per carità, ha materialmente buttato i ragazzini nella cisterna. Ma tutti loro, insieme ad entrambi i genitori, ha la sua buona parte di colpa in quello che è accaduto. L’opinione pubblica sembra non tenerne conto, e si scaglia contro il padre-padrone manesco, chiedendo a gran voce una punizione esemplare che a me pare, francamente, ingiustificata ed eccessiva.

Probabilmente siamo tutti (e ribadisco il “siamo”) stufi di una giustizia che è tale solo di nome. Siamo tutti stufi ed esasperati da criminali che circolano liberamente, grazie ad indulti, permessi, sconti, decorrenza dei termini, cavilli burocratici, leggi improntate ad un buonismo e ad un garantismo che legano le mani alle forze dell’ordine, danneggiano il cittadino onesto ed assicurano l’impunità ai colpevoli, qualunque sia il reato di cui si sono resi responsabili. Dal furto allo stupro, dalla truffa all’omicidio, dagli incidenti stradali provocati da alcool e droga allo spaccio, passando anche per la microcriminalità, il bullismo violento, il vandalismo. La gente – salvo una minoranza ignorante e fanatica che probabilmente si esalta ascoltando i comizi deliranti di Bossi, Calderoli e soci – non chiede vendetta, ma giustizia. Chiede la certezza della pena a carico dei colpevoli riconosciuti. Chiede tutela del cittadino onesto, sicurezza e garanzia di poter circolare per le strade o utilizzare un mezzo pubblico. Chiede protezione qualora si sporga denuncia per minacce o molestie. Chiede di poter condurre i figli allo stadio senza timore. Chiede che il sacrosanto diritto di manifestare pubblicamente per esprimere la propria opinione non si trasformi in vetrine sfasciate, auto incendiate ed un numero imprecisato di risse e ferimenti, provocati da quella che giustamente il presidente francese Sarkozy ha chiamato “feccia”. Chiede perché, se un poliziotto o un cittadino in possesso di regolare porto d’armi sparano per difendersi debbano poi essere messi alla gogna, vituperati, attaccati dai media, mentre un automobilista tossicodipendente pluriomicida viene mantenuto a spese dello stato in un residence di lusso. Chiede come sia possibile che una ragazzina, allontanata dalla famiglia dove subiva violenze e veniva costretta a prostituirsi, debba poi sottostare all’assurda regola di mantenere i contatti e recarsi in visita presso la famiglia di origine, con la prevedibile ed ovvia conseguenza del reiterarsi delle violenze e degli abusi.

Io condivido tutte queste domande, ma proprio perché chiedo giustizia e non vendetta, non posso  condividere anche l’accanimento contro Filippo Pappalardi. Gli arresti domiciliari sono l’ennesimo compromesso messo in atto da chi non ha il coraggio di assumersi la responsabilità di una presa di posizione netta: in carcere se lo si ritiene colpevole (e se esistono prove a supporto di tale ipotesi), in libertà se è innocente. Mi auguro che venga prosciolto al più presto, perché è stato un pessimo padre, ma questo non fa di lui un assassino. Spero però che, qualunque sia il risultato delle prossime elezioni politiche, chi andrà al governo si renda conto che sicurezza e giustizia sono due emergenze da affrontare al più presto, con serietà e rigore. E mi auguro, anche se a questo punto riemerge prepotente il rassegnato scetticismo di cui sopra, che nell’affrontare queste due emergenze il buon senso e il desiderio di fare davvero l’interesse dei cittadini onesti prevalgano sul tornaconto personale e sulle ideologie di partito.

 

 

postato da: sissi2002 alle ore 17:16 | Permalink | commenti
categoria:attualitĂ 
venerdì, 29 febbraio 2008

Promets-moi, si tu me survis,
d'être plus fort que jamais
Je serai toujours dans ta vie
près de toi, je te promets
Et si la mort me programme
sur son grand ordinateur,
de ne pas en faire un drame,
de ne pas en avoir peur

Pense à moi, comme je t'aime,
et tu me délivreras
Tu briseras l'anathème
qui me tiens loin de tes bras.
Pense à moi, comme je t'aime:
rien ne nous séparera,
même pas les chrysanthèmes ...
Tu verras, on se retrouvera

N'oublie pas ce que je t'ai dit:
l'amour est plus fort que tout:
ni l'enfer ni le paradis
ne se mettront entre nous.
Et si la mort me programme
sur son grand ordinateur
elle ne prendra que mon âme,
mais elle n'aura pas mon cœur

Pense à moi, comme je t'aime,
et tu me délivreras:
tu briseras l'anathème
qui me tiens loin de tes bras.
Pense à moi, comme je t'aime:
rien ne nous séparera.
Même pas les chrysanthèmes...
tu verras, on se retrouvera

Tu verras... on se retrouvera

(5 gennaio 2008)

postato da: sissi2002 alle ore 20:14 | Permalink | commenti
categoria: