Per carità, succede ben di peggio. Ma la notizia è importante perché denuncia un atteggiamento diventato purtroppo molto comune, a tutti i livelli e senza distinzione di cultura, censo, razza od altro.
Ciascuno di noi si sente l’ombelico del mondo. Siamo tutti convinti che il mondo debba girare intorno ai nostri problemi, ai nostri gusti, ai nostri interessi ed alle nostre esigenze. Di fronte alla contrarietà, i diritti altrui contano meno del due di fiori (Si capisce che ho letto Hearts in Atlantis, vero?)
Lo constato quotidianamente. Dal risentimento perché la TV manda in onda 2 partite di calcio al giorno, a quello causato dal fatto che, in televisione, ci sia troppo/troppo poco sport, troppo/troppo poca musica, troppo/troppo poco cinema. Gli orari dei negozi che imperdonabilmente non sono ritagliati sulla base dei nostri impegni casa-lavoro-tempo libero. Gli orari scolastici dei figli, o di apertura dello studio medico, o di accesso all’ufficio postale, che si permettono di interferire con la mia ora in palestra, il parrucchiere o il bisogno impellente di andarmi a comprare un golfino nuovo. Il regolamento scolastico, quello sportivo o quello del condominio, che osano dirmi come dovrei comportarmi in spazi e situazioni condivise. E via in crescendo, fino a mettere in discussione quasi si trattasse di reati capitali qualsivoglia tipo di regola. Per non parlare della puntualità: concetto passato di moda. Io arrivo quando mi fa comodo, e chi mi sta aspettando (gli amici, i colleghi, l’aereo, il treno, il commercialista eccetera) è ovvio che si debba adattare alle mie esigenze, chi mai oserà sostenere il contrario?
Non è un atteggiamento unicamente giovanile, quello dell’insofferenza e della trasgressione. I nostri giovani lo avranno pur imparato da qualcuno a passare col rosso, sgambettare l’avversario quando l’arbitro non vede e rivendicare privilegi che dovrebbero essere concessi in nome di non si sa bene che cosa. La massaia che fa sgocciolare i panni sul balcone altrui forse non riflette a sufficienza sul fatto che i suoi figli, di fatto, imparano da questo fatto apparentemente banale due lezioni preoccupanti: che il mondo è dei furbi e che i propri diritti sono inalienabili ed assolutamente prioritari rispetto a quelli altrui ed alla regole più elementari della convivenza civile.
Quello che allarma, nell’episodio di Verona, è che il gentiluomo in questione non si sia posto nemmeno per un momento un quesito fondamentale: la sua furbata, motivata dal desiderio di non perdere l’aereo, a quante persone avrebbe arrecato danno? Per non parlare dello spreco di risorse economiche ed umane, soprattutto queste ultime che si sarebbero trovate pericolosamente carenti in caso di un reale pericolo in concomitanza. Ipotesi altamente improbabile, d’accordo, ma non del tutto impossibile.
È possibile che in persone che, normalmente, sembrano dotate di educazione, buon senso, civiltà, ad un certo punto scatti un meccanismo mentale scellerato per cui i propri diritti, bisogni, desideri, debbano essere soddisfatti anche a scapito dei diritti, bisogni, desideri altrui? Far partire in ritardo quel volo poteva comportare, a parte lo spreco di cui sopra, conseguenze anche serie per qualche altro passeggero, quantomeno una scomodità e un contrattempo. Il gentiluomo in questione, naturalmente, il problema non se lo è nemmeno posto.
Quello che conta sono io, qui ed ora. Ed il resto del mondo o si adatta oppure può anche andare a farsi friggere.
È una mentalità che a me, personalmente, fa paura. Perché non è affatto un caso raro ed isolato, quello di Verona. D’accordo, nella stragrande maggioranza dei casi non si arriva a tanto, ma nel piccolo, nel quotidiano, nell’esperienza giornaliera di ciascuno di noi penso che tutti abbiamo ben presente eventi del genere, situazioni nelle quali ci troviamo a subire le conseguenze della prepotenza e dell’egoismo altrui. E qualche volta, diciamocelo apertamente, probabilmente siamo anche stati protagonisti di qualche situazione in cui il nostro personale tornaconto ha prevalso sui diritti degli altri, o ha cercato comunque di prevalere. Sfido chiunque a proclamarsi innocente.
E ripeto, non mi piace questo mondo che sa solo parlare di diritti dimenticando troppo spesso i doveri. Non mi piace questo inculcare nella mente dei propri figli, fin da piccoli, che i loro comportamenti saranno comunque sempre difesi ad oltranza, anche quando platealmente sbagliati. Non mi piace una mentalità educativa che non sa più dire “no”, e che considera ogni “no” come un danno irreversibile alla psiche infantile o come una proterva ed arrogante ingiustizia. Non mi piace questo atteggiamento falsamente buonista che protegge, tutela, difende il furbo, il disonesto, il pelandrone a danno di chi si comporta ed agisce con correttezza, lealtà ed onestà.
Mi piacerebbe poter chiedere al genitore del giornalista tedesco, come a quello di un qualsiasi bulletto arrogante che maltratta un compagno di scuola, se non lo ha mai sfiorato lontanamente il dubbio che se, quando il figlioletto aveva un paio d’anni, gli avesse insegnato il significato della parola “no”, forse sarebbe stato meglio per tutti, incluso il benessere psichico del figlioletto in questione. Perché, a ben guardare, a me sembra che questi protagonisti in negativo delle tante situazioni con le quali quotidianamente entriamo in contatto, se li si osserva bene, non vivano poi in modo particolarmente sereno, soddisfatto ed appagato il loro meschino egoismo. Se mettere se stessi al primo posto sempre e comunque provoca disagio, insoddisfazione perenne, malinconoia di Masiniana memoria, nevrosi, depressione e via dicendo, forse sarebbe il caso di cominciare a rivedere seriamente la propria personale scala di valori.




